Correnti Letterarie del Secolo XIII

LIRICA DIDATTICA-RELIGIOSA

La lirica didattica e religiosa costituì una delle prime manifestazioni letterarie in lingua volgare. La lirica religiosa fiorì nel Duecento in area umbra e venne destinata ad un pubblico ampio, per farlo partecipe di un’ansia di rinnovamento spirituale profondamente avvertita non solo dai movimenti ereticali che rifiutavano l’autorità ecclesiastica, ma anche dai movimenti ortodossi e dalle confraternite che appoggiavano i dettami della Chiesa. Le forme di questa lirica comprendono in primo luogo la prosa ritmata, esemplata sulla struttura dei salmi o delle giaculatorie responsoriali, in secondo luogo la lauda, che adotta il metro della ballata, infine la lauda drammatica, che si serve di una struttura dialogica o di contrasto con vari personaggi dialoganti fra di loro. Esempio insigne di prosa ritmata è le Laudes creaturarum, o Cantico di frate Sole, di San Francesco d’Assisi. Nato come preghiera ad uso dei frati, inneggia agli elementi costitutivi dell’universo, in quanto capaci di rivelare la bellezza invisibile di Dio, e si oppone al rifiuto del mondo terreno, propagandato dai movimenti ereticali contemporanei e dall’ascetismo ortodosso. La lauda invece, venne trasmessa all’inizio in forma anonima e oralmente, poi venne affidata alla scrittura in compilazioni ordinate per gruppi tematici, dette laudari. Questi ultimi erano destinati all’uso pratico delle confraternite laiche per esprimerne il fervore religioso con canti, intonati nel corso di cerimonie liturgiche e di processioni. La lauda drammatica costituì una forma più evoluta di lauda e venne largamente usata da Jacopone da Todi, che fu il primo a conferirle dignità di forma d’arte, destinandola alla meditazione individuale dei frati francescani. A questo genere di lirica di argomento prettamente religioso si affiancò una produzione didattica di carattere sacro e profano. Essa si sviluppò in Italia centro settentrionale anche in ambito laico per rispondere alla richiesta di una letteratura in volgare che divulgasse insegnamenti religiosi o che indicasse norme comportamentali cui il popolo cristiano doveva attenersi per conquistare il premio della vita eterna. Si tratta di tesi a struttura argomentativa, contenenti proverbi, narrazioni di vicende esemplari o exempla, vite di santi, destinati ad un pubblico senza molte pretese. Le forme usate sono quelle delle prediche o dei sermoni, delle rassegne di vizi e di virtù. Usate sono anche le forme del trattato o del manuale con finalità divulgativa avente per oggetto le arti liberali, e cioè: grammatica, retorica, aritmetica, geometria, astronomia, oppure le scienze e le attività pratiche. Tra i principali rappresentanti di questo genere si annoverano Brunetto Latini, Bonvensin da la Riva, Giacomino da Verona, Cecco d’Ascoli e Girardo Patecchio.

PROSA IN LINGUA VOLGARE

Fino alla metà del Duecento, la letteratura in lingua volgare trovò espressione solo nel genere lirico; per la prosa si faceva uso di un latino ricercato, improntato a quattro stili: quello romano, diffuso presso la Curia papale ed i monaci benedettini, che era una sorta di prosa ritmata, scandita dal cursus, cioè dalla disposizione delle parole in base ai loro accenti naturali. Vi erano poi lo stile tulliano, quello ilariano, quello isidoriano. Anche i decreti e gli atti legislativi erano scritti in latino, anzi le autorità laiche ed ecclesiastiche, continuando una prassi in voga dal II secolo d. C., li facevano sfilare in forma di lettera, al punto che l’arte della prosa era identificata con l’arte del comporre lettere, detta in latino ars dictandi. Allorché a Bologna fu istituita una scuola laica di diritto, l’ars dictandi divenne materia di insegnamento universitario, perché i futuri giudici e notai dovevano imparare a redigere correttamente tutti gli atti riguardanti la politica interna ed estera del Comune. Risultò pertanto necessario alla pratica didattica il ricorso a manuali di ars dictandi, per illustrare gli aspetti tecnici della disciplina. Verso il 1250 tra gli esami obbligatori del corso di diritto venne inserito anche il volgare italiano, ragion per cui vennero approntati manuali di ars dictandi in volgare. Una volta codificata, la prosa italiana venne perfezionata tramite i volgarizzamenti, cioè libere traduzioni in italiano di testi latini e francesi, antichi e contemporanei, che incontrarono l’interesse di mercanti e artigiani assurti al potere economico nella nuova realtà comunale e desiderosi di acculturarsi. Tra coloro che si distinsero nell’opera di volgarizzamento vi furono Guidotto da Bologna, Bono Giamboni, Brunetto Latini.

LIRICA SICILIANA

La lirica siciliana si sviluppò agli inizi del XIII secolo. A quell’epoca nell’isola sopravvivevano ancora tracce delle culture che vi avevano dominato, e cioè quella franco-normanna, quella greco-bizantina, quella araba. La Sicilia era tuttavia venuta in possesso degli Svevi e Federico II, dopo la sua incoronazione a imperatore, vi si stabilì per qualche tempo. Fu proprio l’imperatore, che aveva imparato il volgare italiano come lingua madre e che lo usava come lingua corrente a corte, a promuovere nella sua cerchia una lirica in lingua volgare, cercando nel contempo di promuoverne la diffusione a guisa delle corti provenzali dove circolava in raccolte antologiche manoscritte. Tuttavia la dimestichezza con la lirica dei trovatori non rappresentò per i siciliani l’unica formazione letteraria, né l’unica connessione storica. La classe dirigente che attorniava Federico II e che si impegnò anche nell’attività letteraria da lui promossa, era costituita da funzionari che avevano compiuto studi di giurisprudenza e che pertanto dovevano possedere una buona conoscenza sia della lingua latina che di quella volgare, entrambe materia d’esame all’università. La lirica siciliana si diffuse ben presto nell’Italia centro settentrionale poiché il figlio di Federico II, Enzo di Svevia re di Sardegna, catturato dai guelfi a Fossalta nel 1249 e tenuto prigioniero a Bologna fino alla morte, esercitò un notevole influsso sui poeti di quella città, essendo egli stesso un autorevole rappresentante della scuola. Le forme liriche privilegiate dai siciliani furono quelle della canzone e del sonetto; i metri più in uso furono il settenario e l’endecasillabo. La canzone è un’imitazione ed al tempo stesso una trasformazione della canzone a più strofe dei trovatori. Tuttavia, nella composizione di canzoni, i poeti siciliani evitarono salti tematici ed incoerenze, che erano tratti tipici della lirica provenzale, cercarono invece di conferire al componimento poetico una interna coesione. La paternità del sonetto viene attribuita a Giacomo da Lentini che, secondo alcune teorie, combinò fra di loro due forme strofiche popolari: l’ottava siciliana o strambotto e la sestina toscana o rispetto, secondo altre si servì del tipo semplice della strofa della canzone. La struttura formale del sonetto ne rivela il carattere fortemente razionale ed intellettualistico, che si mantenne anche quando esso non si articolò più su concetti, bensì su situazioni spirituali. Il sonetto permetteva infatti la costruzione di un sillogismo: nelle due quartine si creavano due premesse, quella maggiore e quella minore, nelle terzine la conclusione. Quanto ai temi sviluppati da questa lirica, essi sono prevalentemente di carattere amoroso; le tematiche politiche, religiose o morali sono invece meno frequenti. Pur comparendo presso i siciliani anche una poesia amorosa di tono popolareggiante, lo poesia dell’amore nobile, del fine amore, come dice la formula con evidente richiamo ai trovatori, rimase superiore ad essa per grado e forma artistica. L’amore si manifesta come smarrimento, come fiamma che consuma, come malattia inguaribile. L’amante si lamenta per la lontananza e la freddezza della donna e, nella sconfitta, scopre la grandezza dell’animo. La donna è amata poiché possiede la nobiltà di una signora, una nobiltà che non le viene dal rango, ma dal possesso di qualità morali ed estetiche. L’amore non viene considerato un destino personale, ma un destino comune a tutti gli uomini. Tuttavia, più che la gioia d’amore, viene celebrato il dolore, inteso come sede dell’amore nobilitante, quello che conduce ad una nuova vita.

LIRICA CORTESE TOSCANA

La lirica che si sviluppò nell’area toscana nella seconda metà del Duecento non presenta la stessa omogeneità di programmi e di atteggiamenti che caratterizzò la lirica siciliana e neppure fu localizzata in un’unica sede. Lucca, Pisa, Pistoia, Arezzo, Siena e Bologna furono infatti i centri di una produzione lirica che fuse lo stile siciliano con la tradizione provenzale, anche in seguito all’apporto fornito da Enzo di Svevia durante gli anni di prigionia bolognese. La novità più rilevante di tale lirica siculo-toscana fu l’allargamento della tematica alla trattazione morale o all’occasione politica, in cui giocò un ruolo importantissimo il contesto di provenienza dei poeti, un contesto urbano e comunale guidato da una borghesia di cui si volevano rispecchiare aspirazioni, programmi e valori. Il desiderio di farsi portatori dei valori della classe dirigente comunale spinse questi poeti a riprendere temi propri della lirica provenzale, che erano stati trascurati nella produzione poetica dei siciliani, ad esempio gli interessi e le aperture verso la tematica morale. Il poeta che meglio riuscì a fondere le espressioni della lirica provenzale e siciliana fu Guittone d’Arezzo. La poesia con cui egli affrontò la problematica amorosa è aspra, oscura e tuttavia presenta una robusta strutturazione concettuale e sintattica; la poesia di argomento politico, morale e spirituale è invece contrassegnata da un’originale mescolanza linguistica di elementi italiani, provenzali e latini, da vistose figure retoriche, che si risolvono spesso in un avanzato sperimentalismo. Un altro rappresentante di questa linea siculo toscana fu Bonagiunta Orbicciani da Lucca, il quale ebbe il merito di trapiantare in Toscana la tematica amorosa propria dei modelli meridionali, facendosi anticipatore dello stilnovismo, mentre Chiaro Davanzati traspose in area toscana le esperienze guittoniane e stilnovistiche.

DOLCE STIL NOVO

Il fenomeno letterario denominato dolce stil novo nacque negli anni 1280-1310 e la formula che lo contrassegna a partire dal secolo XIX, si trova all’origine in un passo del canto XIV del Purgatorio di Dante, che condivise quell’esperienza poetica con Guido Cavalcanti, Dino Frescobaldi e Cino da Pistoia. La locuzione viene fatta pronunciare a Bonagiunta Orbicciani da Lucca, che aveva composto versi nello stile dei provenzali e dei siciliani e che definisce il modo di poetare di Dante e dei suoi amici: nuovo, per indicare una poesia rinnovata che si apre al canto e dolce per indicare l’irradiarsi purificatore della grazia divina, ma anche gli effetti di amore, ed infine lo stile medio con cui si esprimeva la poesia amorosa e bucolica nella poesia ellenistica e latina. Un aspetto saliente della scuola stilnovistica fu senza dubbio il legame rituale che univa i poeti del gruppo, i quali si definivano “fedeli d’amore”, allo scopo di evidenziare l’appartenenza ad una élite culturale, che si muoveva nel cerimoniale dell’amore platonico e che nella sua lirica altamente stilizzata, cercava di evitare qualsiasi riferimento individuale. Il dolce stil novo affonda le proprie radici nella tradizione provenzale e siciliana, da cui si distacca senza vere e proprie fratture. Allo stesso modo che nei poeti siciliani e provenzali, l’amore viene inteso come amore spirituale, che non desidera essere esaudito. Tuttavia esso viene concepito come forza sacrale, che si avvicina a dimensioni cosmiche, con un’accentuazione dell’oscurità concettuale. Anche il motivo tipicamente platonico della purificazione attraverso l’amore, già presente nella poesia provenzale, subisce una forte accentuazione nei poeti stilnovisti, così come viene portato all’estremo il concetto di trasfigurazione dell’animo attraverso la trasfigurazione della donna, che perde la sua materialità e diventa creatura angelica, riflesso della sua origine celeste nonché strumento di una elevazione spirituale che si produce nell’amante. Questa poesia si pone dunque come analisi, in parte allegorica, in parte fisiologica, di situazioni spirituali e presenta connessioni con la rielaborazione cristiana del platonismo, cioè con la mistica, mostrando l’amore spirituale in un movimento ascensionale che resta indicibile quando si annulla la distanza fra l’essere umano e Dio. Per quanto riguarda le forme metriche ed i generi, la lirica stilnovistica non presenta grandi differenze rispetto alla lirica siciliana. Si nota un largo uso dell’endecasillabo, talora mescolato con il settenario. I generi più importanti restano la canzone, che diventa più chiara nella concatenazione logica ed il sonetto. Accanto a questi due generi si riscontra la presenza di ballate. La ballata, coltivata dai poeti provenzali e francesi fra XII e XIII secolo, era in origine una canzone a ballo. Introdotta in Italia da Guittone d’Arezzo e da Bonagiunta Orbicciani da Lucca, aveva subito una modificazione del suo carattere originario di canto d’amore di intonazione popolare. I poeti stilnovisti operarono una più profonda trasformazione del genere, fino a rendere la ballata simile alla canzone pluristrofica, da cui si differenziava solo per la presenza di un ritornello o ripresa che introduceva tutto il resto. Anche il carattere originario della canzone andò completamente perduto, perché essa fu trasformata in una poesia seria, atta a cantare l’amore elevato. Gli stilnovisti sperimentarono anche il genere della pastorella, già sperimentata dai poeti provenzali, che l’avevano ripresa dall’antica tradizione bucolica. Abile sperimentatore del genere della canzone e della pastorella fu Guido Cavalcanti.

LIRICA COMICO REALISTICA TOSCANA

La lirica in stile burlesco nacque in Toscana intorno al 1270 come estrema antitesi dello stile nobile della lirica che celebrava il sentimento amoroso. Nell’antica retorica, la celebrazione satirica o parodistica del brutto, del vile, veniva designata con il termine denigrazione. Il concetto di denigrazione era stato sottoposto ad una elaborazione teorica, che ne aveva codificato gli aspetti stilistici e tematici, opponendovi il concetto di celebrazione. Lo stile denigratorio era oggetto di esercitazioni nelle artes dictaminis, per cui fu coltivato soprattutto da autori colti e letterariamente esperti. I caratteri stilistici della lirica burlesca sono il linguaggio rozzo, dialettale, popolare, l’uso di metafore non comuni, la rappresentazione eccessivamente cruda e caricaturale del reale. I temi principali si conformano allo stile: si parla di affari economici, di usura, di bevute, di litigi, si fanno battute a sfondo sessuale, si dileggia il clero, si impreca contro i genitori. La realtà viene stravolta oppure viene usata come materiale per produrre effetti comici. Va pertanto ridimensionato il concetto di realismo e la possibilità di accostarlo a questo tipo di produzione lirica, che resta un esercizio letterario, una convenzione stilistica e non una partecipazione di fatti personali. In questo stile denigratorio può rientrare a buon diritto anche la parodia letteraria dello stilnovo, che si presenta come rappresentazione della donna amata carnalmente in tutti i suoi aspetti. Benché questo stile di poesia affondi le proprie radici in una tradizione giocosa ampiamente codificata dalla retorica mediolatina, essa può essere definita borghese, poiché derivò una serie di temi da quei ceti che più erano rappresentati nel contesto urbano comunale.

PROSA E CRONACA

La prosa volgare duecentesca, codificata nei manuali di ars dictandi in volgare e perfezionata attraverso i numerosi volgarizzamenti di testi latini o francesi antichi e contemporanei, diede luogo ad una vasta produzione con finalità didattiche di carattere profano o religioso, ad opere di carattere storico o cronachistico, ad un tipo di prosa che si colloca a metà strada fra quella didattica e quella cronachistica, come i libri di viaggi e di memorie, infine ad una narrativa romanzesca e novellistica. La produzione didattica risentì di una tendenza all’allegorismo che attraversò la produzione letteraria in volgare fino al Trecento e che si connota come ricerca di un senso nascosto negli aspetti sensibili della realtà, ma anche come approccio all’interpretazione o alla creazione di testi. All’interno di questa tendenza si colloca ad esempio Il Libro dei vizi e delle virtudi, del fiorentino Bono Giamboni, in cui personaggi allegorici, primo fra tutti la Filosofia, avviano il protagonista all’indagine sulle verità morali con una finalità di tipo didattico. Analogo scopo didattico si rileva anche nella trattatistica in prosa volgare, di cui fornisce un esempio La composizione del mondo con le sue cascioni, di Ristoro d’Arezzo, vera e propria summa del sapere universale, poiché tenta di ricomporre in un rigido ordine la pluralità del sapere rivelando in tal modo la tendenza enciclopedica della cultura medievale, che si sforzò di dare una visione totale delle conoscenze, riconducendo la loro prima causa ed il loro fine in Dio. La prosa cronachistica in volgare affrontò la storia contemporanea di ambito locale, poiché la ricostruzione dei grandi eventi fu affidata ad una redazione in lingua latina. Queste cronache si avvalgono di una prosa schematica, asciutta, tesa solo alla elencazione dei fatti; solo in taluni casi si nota una maggiore apertura verso l’aneddotica come nella Historia fiorentina di Ricordano Malaspini. Alla confluenza fra produzione cronachistica e produzione didattica si collocano i resoconti di viaggio, fra cui quello di Marco Polo che offre uno spaccato del sistema di valori su cui si reggeva la società mercantile verso la fine del Duecento, e cioè denaro, scaltrezza, intraprendenza. All’incirca nello stesso periodo si diffuse in Italia una produzione romanzesca di provenienza francese, che servì a diffondere situazioni, miti umani e modelli di comportamento ispirati al mondo cavalleresco. Si trattava delle chansons de geste, ispirate a leggende di cavalieri bretoni o carolingi. Molti autori di area veneta utilizzarono il francese come lingua d’arte per comporre romanzi di imitazione, mentre è in volgare italiano la trasposizione anonima delle vicende di Tristano, cavaliere di re Artù, che riprende la materia bretone, e che è nota sotto il nome di Tristano Riccardiano, in quanto il codice che lo contiene è conservato nella biblioteca Riccardiana di Firenze. Questi testi erano destinati alla lettura ed all’intrattenimento di un pubblico borghese ed aristocratico, allo stesso modo delle novelle, che nello stesso secolo XIII ebbero ampia diffusione. La novella duecentesca si sviluppò da molteplici tradizioni narrative, fra cui quella degli exempla, testi brevi che fin dalla tarda antichità venivano usati nella letteratura moralistica come documenti di verità sapienziali e, in quanto tali, irrefutabili. Determinante fu anche il rapporto con le favole popolari e con le forme di intrattenimento di aristocratici o borghesi, che amavano la narrazione secca, scarna, mirante ad illustrare le implicazioni morali o religiose di una vicenda. L’autore di novelle in volgare che rielaborò con una certa autonomia questo ricco patrimonio, assumendolo anzi entro una lingua nitida ed essenziale, fu l’Anonimo del Novellino.