Correnti Letterarie del Secolo XV

TEORICI DELL’UMANESIMO

La dizione ottocentesca di umanesimo si applica a quel vasto movimento culturale che, sorto verso la fine del Trecento, caratterizzò tutto il Quattrocento realizzando un diverso tipo di approccio allo studio del passato classico. Nel 1396, quando Coluccio Salutati invitò Manuele Crisolora, ambasciatore dell’Impero bizantino, a recarsi a Firenze per insegnare letteratura greca allo Studio fiorentino, si era già affermata una mentalità volta alla valorizzazione dell’uomo e del suo ruolo all’interno della società. Nella nuova realtà signorile, in parte già sorta nel secolo XIII, si era infatti delineato un nuovo concetto di virtù, quella dell’individuo che persegue fini terreni e che impone con successo se stesso ed il proprio potere. La rivalutazione dell’uomo, concepito come artefice della propria fortuna, contrassegnò la definitiva disgregazione della società feudale e comunale, ed il crollo dei grandi valori universali di matrice medievale, in cui rientrava l’idea che la vera vita fosse quella dell’anima svincolata dal corpo, e che la vita terrena fosse solo un passaggio obbligato in vista della salvezza eterna dello spirito. Simile visione del mondo comportava il disprezzo per qualsiasi attività che non fosse strettamente connessa al cammino dell’uomo verso la salvezza. Anche lo studio, soprattutto se rivolto a testi della letteratura pagana, acquistava significato solo in vista di una fruizione edificante. Di contro, la cultura umanistica si pose il problema di un controllo totale, da parte dell’uomo, dei diversi ambiti della conoscenza ed elaborò una nuova riflessione sulla letteratura. In opposizione alla tendenza medievale di studiare le opere del passato sovrapponendovi una verità di fede che era loro estranea, gli umanisti cercarono di analizzarle usando l’intelligenza, la ragione e la consapevolezza della loro dimensione storica. Questo approccio di tipo filologico ai testi della letteratura pagana costituì la grande novità introdotta dagli umanisti. La loro riflessione teorica venne redatta quasi esclusivamente in latino e si volse alla esaltazione dello studio inteso come strumento di liberazione dell’uomo dai vincoli imposti dalla cultura medievale. Prima del definitivo indebolimento delle istituzioni repubblicane, cioè fino alla seconda metà del ‘400, lo studio venne concepito come funzionale allo svolgimento di attività politiche. Per questo teorici dell’umanesimo quali Coluccio Salutati,Leonardo Bruni, Poggio Bracciolini, esaltarono la vita attiva, ovvero la diretta partecipazione dell’intellettuale alla modificazione della società. Alla fine del secolo, con il rafforzarsi dei regimi signorili l’esaltazione del ruolo attivo dell’uomo nella concretezza della vita associata passò in secondo piano, mentre prevalse la domanda circa la natura dell’uomo ed i suoi rapporti con Dio. Pico della Mirandola sottolineò che il privilegio della condizione umana consiste nella mancanza di condizionamenti, cioè nell’estrema libertà di scegliere il proprio destino, sia esso di gloria o di sconfitta, in cui si rivela la somiglianza dell’uomo con Dio. Da tali presupposti scaturiva anche la convinzione che l’essere umano potesse farsi promotore di un’autonoma ricerca della verità, perseguibile attraverso lo studio. Si diede cioè risalto alla vita contemplativa. Tale fu la posizione di Cristoforo Landino, il quale ribadì l’importanza della formazione culturale dell’intellettuale, poiché a suo parere la conoscenza ed una forma aristocratica di solitudine potevano permettergli di svolgere un ruolo all’interno della società: quello del buon consigliere dei cattivi reggitori dello Stato. Gli umanisti si trovarono dunque impegnati a diffondete le nuove idee sul piano politico morale, ma anche a difendere le loro scelte culturali dagli attacchi della cultura tradizionale, sostenendo la continuità esistente tra mondo classico e civiltà cristiana e la liceità della poesia in virtù del suo intrinseco valore pedagogico.

TRATTATISTICA

Il trattato è un’opera in prosa, talora in forma dialogica, che affronta argomenti diversi adducendo di volta in volta prove, dimostrazioni, confutazioni. In quanto genere letterario esso fu presente nella produzione medievale, ma svolse un ruolo predominante nella prosa del ‘400 poiché la riscoperta del mondo classico indusse a praticarne i generi e a sostituire il principio di autorità medievale con quello di imitazione, che dava agli uomini di cultura il rivoluzionario diritto di rielaborare autonomamente gli esempi antichi. La riscoperta del passato classico comportò anche precise scelte linguistiche in favore del latino, che divenne la lingua della cultura. La più parte della trattatistica quattrocentesca, soprattutto quella volta a dibattere il concetto di imitazione, oppure gli strumenti e le tecniche di cui doveva avvalersi la letteratura, fu composta in latino. Solo alcuni dotti, si impegnarono nella Difesa del volgare e in questa lingua composero trattati tendenti ad enunciare o a dimostrare le loro nuove posizioni teoriche. Leon Battista Alberti, Cristoforo Landino riproposero nei trattati in volgare le argomentazioni in difesa della dignità dell’uomo che, secondo Alberti, contrappone all’agire cieco del caso le sue virtù, ovvero le sue capacità di previsione e l’impegno costante nel raggiungere un obiettivo prefissato. Nell’ambito di una rivalutazione degli aspetti laici e mondani dell’operato umano, benché inseriti nella prospettiva cristiana di una ricompensa celeste per chi ha operato sulla terra in favore del pubblico bene, si colloca anche il trattato in volgare di Matteo Palmieri: Della vita civile, mentre il trattato di Girolamo Savonarola contro gli astrologi, cioè contro l’arte di fare gli oroscopi, tende a fornire una dimostrazione scientifica della falsità delle scienze occulte e venne scritto in volgare rispondendo all’intento di un’ampia divulgazione. Materiale preparatorio per trattati mai conclusi sono invece le annotazioni di carattere tecnico e scientifico con cui Leonardo da Vinci corredò i suoi disegni ed i suoi progetti, e furono redatte in volgare poiché egli non ebbe una formazione culturale umanistica. Tuttavia le sue affermazioni circa le infinite possibilità dell’uomo, capace di indagare perfino il cosmo, basandosi sulla speculazione scientifica, dimostrano che egli aveva profondamente assorbito la lezione dell’umanesimo ed aprirono la strada ad un uso del genere finalizzato al dibattimento di problemi scientifici. I trattati in volgare vennero composti anche per sostenere la dignità di questa lingua, che poi veniva identificata con il toscano, avviando una riflessione circa la sua origine, i suoi ambiti di utilizzazione e le sue virtualità letterarie.

 

LIRICA

L’esperienza poetica quattrocentesca si svolse all’insegna di una indeterminazione stilistica, che comportò numerosi scambi fra il latino ed il volgare, ma non il conseguimento di una fisionomia autonoma. A seconda delle aree regionali, vennero operate scelte diverse, che si tradussero o in una sperimentazione aperta, o nella compresenza di forme stilistiche nettamente differenziate. Alcuni autori come Boiardo, Poliziano, Lorenzo il Magnifico e soprattutto Sannazaro fecero propria l’esperienza delle Rime di Petrarca, portando il processo di imitazione ad esiti abbastanza fedeli al modello, sia per quanto riguarda la ricerca di organicità nelle scelte tematiche, sia per l’adozione della struttura metrico ritmica del sonetto, della canzone, della ballata. Tuttavia, essi introdussero nella loro poesia una sensibilità nuova, fatta di vitalismo gioioso, di naturalismo elementare e pagano, ben lontana dall’itinerario tracciato dalla poesia di Petrarca e dal suo tono intimo e profondo. Dall’adesione, spesso superficiale, al modello petrarchesco nacque anche una lirica, che trovò ampia utilizzazione nelle più disparate occasioni private, politiche e mondane della vita di corte quattrocentesca e che fu all’origine di un fenomeno noto sotto il nome di petrarchismo. Caratteristica peculiare di questo petrarchismo cortigiano fu l’estrapolazione di temi e l’uso di artifici stilistici già presenti nel Canzoniere di Petrarca, ma solo perché subordinati alla ricerca di una superiore armonia. Poeti come il barcellonese Benedetto Gareth, divenuto napoletano di adozione e noto come il Cariteo (1450 / 1514), oppure Niccolò da Correggio, diedero agli artifici un ruolo primario, anticipando una scelta di gusto, che si realizzò in pieno con il manierismo ed il barocco. La poesia di età umanistica si impegnò anche in tutti i generi dominanti in età classica o tardoantica, sperimentandone le scelte metriche e tematiche. Si composero elegie, che presero a modello i poeti latini Ovidio, Properzio, Tibullo; epigrammi, alla maniera di Marziale; satire; ecloghe, ad imitazione di quelle scritte da Virgilio e Teocrito, ma anche da Dante, Petrarca e Boccaccio. Le ecloghe soprattutto, che celebravano il mondo pastorale, e che spesso celavano un sovrasenso allegorico, ebbero grande fortuna. In questo genere si cimentarono Leon Battista Alberti, Lorenzo de’ Medici, Poliziano, Sannazaro e Boiardo. Anzi, dall’ecloga detta dialogica, poiché costruita in forma di dialogo, nacque il DRAMMA PASTORALE, mentre l’ecloga monologica, in cui erano ravvisabili componenti narrative, diede origine al ROMANZO PASTORALE. Le richieste di intrattenimento che provenivano dagli ambienti cortigiani tardo quattrocenteschi furono all’origine di un ritrovato rapporto fra poesia e musica. Si composero frottole, cioè ballate di ottonari costruite su due o tre schemi ricorrenti, e strambotti, detti anche rispetti, costituite da stanze d’ottave, che non richiedevano grande impegno ed in cui si esercitarono fra gli altri Leonardo Giustinian, Serafino Aquilano, il Cariteo, Poliziano e Pulci. Accanto a questo tipo di esperienze liriche di per sé eterogenee, e tuttavia riconducibili ai principi dell’equilibrio, della compostezza, dell’armonia, desunti dagli autori della tradizione classica latina e volgare, si colloca la tendenza di una lirica aperta alla più avanzata sperimentazione, che nasce appunto dalla deviazione da quei principi, e si basa su procedimenti di accumulazione e di accostamento delle cose più eterogenee, come dimostra la produzione lirica di Domenico di Giovanni, detto il Burchiello.

NARRATIVA

Fra 1380 e 1470 la produzione letteraria in lingua volgare subì un calo a vantaggio di quella in lingua latina, costantemente alimentata dalla ricerca di un rapporto con il mondo antico e dalla pratica filologica degli umanisti. Nel quadro di un recupero del mondo classico si colloca ad esempio la fioritura dell’apologo, racconto di cui sono protagonisti anche animali o esseri inanimati, al fine di rappresentare sotto il velo dell’allegoria qualche verità morale e che si differenziano dalla letteratura degli exempla per la natura dei protagonisti e per la mancanza di un fine specificamente religioso. Tuttavia la narrativa in volgare non scomparve e, seguendo le prescrizioni della poetica contemporanea, si volse ad imitare una pluralità di modelli: in primo luogo Boccaccio, divenuto assai presto un classico del genere, quindi Sacchetti, la cui prosa era meno elaborata, più aderente al mondo quotidiano fiorentino ed ai valori positivi della sua borghesia, rappresentati con intenti moralistici, infine alla letteratura religiosa degli exempla. Nel rispetto di tali modelli, la narrativa quattrocentesca in volgare presentò un quadro variegato che, oltre alla produzione novellistica di Masuccio Salernitano, oltre ai vivaci exempla proposti nelle sue prediche da S. Bernardino da Siena, vide la fioritura di un nuovo genere: la facezia, cioè una breve novella comica, basata su una circostanza curiosa o paradossale, su cui si concentrò la curiosità di molti umanisti fra cui Poliziano, Ludovico Carbone (1435 / 1482) Arlotto Mainardi (1396 / 1484).

ROMANZO

Il panorama della letteratura quattrocentesca, prevalentemente dominato dalla lirica, presenta sporadici, ma significativi esempi di prosa, collocabile all’interno del genere romanzesco. Si tratta del cosiddetto romanzo pastorale di Jacopo Sannazaro: Arcadia, che creò la base per l’ambientazione ed i temi della letteratura pastorale europea, nonché del romanzo di Francesco Colonna: Hypnerotomachia Poliphili. Entrambi ricchi di riferimenti allegorici alla cultura ed alla società del tempo, i romanzi si differenziano per caratteri strutturali e linguistici. L’Arcadia presenta due grosse novità: l’ambientazione pastorale e idillica, ma anche l’uso del prosimetro, cioè di un misto di prosa e versi. L’Hypnerotomachia è un romanzo in prosa che, accogliendo reminiscenze dantesche, è strutturato come una visione allegorica in sogno e si pone come esperimento di associazione fra scrittura e disegno, sfumando in una serie di minuziose descrizioni di carattere enciclopedico. Sul piano linguistico, l’Arcadia si colloca in quella linea dell’umanesimo quattrocentesco che persegue un ideale di compostezza e di armonia, servendosi di una levigata strutturazione dei periodi, di una sapiente distribuzione delle pause e di un linguaggio epurato di quasi tutti i dialettalismi. L’Hypnerotomachia invece si serve con estrema ricercatezza formale di un linguaggio inconsueto e talora oscuro, dominato da latinismi, da neoformazioni linguistiche, da metafore, che collocano l’opera nell’area più aperta alla sperimentazione della letteratura quattrocentesca.

EPICA

Fino ai primi decenni del Quattrocento in Italia dove, per ragioni storiche, era mancata una vera epopea nazionale, ebbero enorme successo i racconti cavallereschi di Francia. Oggetto di rielaborazione, essi avevano dato origine ad una produzione imitativa in volgare che aveva trovato la sua punta più alta e una codificazione metrica nel poema in ottava rima: Teseida (1340 ca.) di Boccaccio. Parallelamente a tale produzione scritta, destinata alla lettura ad alta voce o silenziosa, la materia cavalleresca aveva avuto larga diffusione nei cantari, componimenti in rima scritti dai giullari o canterini e recitati nelle piazze, di frohte ad un pubblico popolare. La materia cavalleresca si modellava sulle chansons de geste francesi, composte fra XI e XII secolo nel clima delle crociate e dei grandi pellegrinaggi. Esse si ispiravano a due cicli: quello carolingio, che celebrava le imprese di Carlo Magno contro gli infedeli (IX sec.), e quello bretone, che si ispirava alla leggenda del re britanno Artù e dei suoi cavalieri cristiani in lotta contro Angli, Sassoni e Juti (V sec.). Nella seconda metà del Quattrocento il poema cavalleresco venne assunto nella letteratura colta, diventò cioè oggetto di un’attenta rielaborazione formale, talora evocando con intento parodico, come avviene in Pulci, il mondo popolare in cui si radicava la tradizione canterina, talora invece rivitalizzando la tradizione epica alla luce dei nuovi valori dell’umanesimo cortese, come avviene in Boiardo.