Correnti Letterarie del Secolo XIV

PROSA E CRONACA

La prosa trecentesca fu caratterizzata da una pluralità di manifestazioni e di tendenze, che non furono oggetto di classificazione e codificazione, da cui risultassero con chiarezza la loro natura, i loro contenuti, lo stile, le finalità e la destinazione. L’elaborazione teorica, quando ci fu, riguardò solo la natura ed il significato dell’arte, che vennero considerate in un’ottica teologico-filosofica, oppure i problemi della lingua e dello stile, affrontati da un punto di vista retorico. Tuttavia in questo secolo la letteratura in volgare riuscì ad imporre dei modelli anche per l’intensificarsi dell’attività di volgarizzamento degli autori latini, che innescò un confronto con i classici ed incrementò l’elaborazione di una prosa sempre più curata, di stile alto, come accadde per la produzione novellistica di Boccaccio. La mancanza di una codificazione dei generi della prosa trecentesca non implica l’assenza in essa di elementi comuni. Primo fra questi fu un’assai ampia utilizzazione del volgare, divenuto il principale strumento di comunicazione dell’aristocrazia e degli strati borghesi e mercantili, e la contemporanea perdita di vitalità della cultura in lingua latina, sebbene Chiesa e Università continuassero a farvi riferimento ed a praticarla. In secondo luogo, la prosa si orientò in due direzioni precise. Da un lato vi fu una ripresa degli schemi della letteratura in volgare, codificati nel Duecento; dall’altro lato, soprattutto verso la fine del secolo, quando più forti si fecero i segnali della crisi che attraversava le istituzioni cittadine e repubblicane, maturò un nuovo rapporto con il mondo classico e si sviluppò una prosa umanistica, cioè una prosa più attenta all’individuo, considerato nella sua specificità e concretezza. Un’altra tendenza comune alla prosa del Trecento fu l’impostazione enciclopedica, in base alla quale la realtà ed il sapere, seguendo una tradizione già presente nel Medioevo, furono oggetto di una sistemazione unitaria, che trovava in Dio il suo unico fondamento. Tale tendenza è avvertibile soprattutto nelle opere storiche e cronachistiche che, specie in Toscana, furono redatte da scrittori quasi sempre partecipi della vita politica, si pensi a Dino Compagni, a Giovanni Villani; e mentre fra gli scrittori toscani il modello linguistico prevalente fu la prosa boccaccesca in altre aree dell’Italia le cronache locali furono stilate in un volgare ricco di influssi dialettali, come accade nella Cronica di Anonimo romano, oppure nella Cronaca aquilana, redatta da Buccio di Ranallo. Affinità con la cronaca presentano i libri di ricordanze ed i resoconti di viaggi che, redatti da mercanti o da uomini d’affari, come Pitti, Dati, Velluti, Sigoli, Gucci, Frescobaldi, propongono vicende strettamente familiari, ma anche squarci di storia cittadina o eventi che si ricollegano assai indirettamente alla vita dello scrittore, in modo che le future generazioni potessero avvalersi di una serie di esempi da ricercare o da evitare. Tali libri rientrano nell’ambito di una prosa didattica, ma di tipo laico e pragmatico. Il filone degli exempla, con finalità prettamente didattiche e religiose, proseguì lungo il corso del Trecento anche all’interno di trattati, di prediche e di leggende agiografiche, prodotti nell’area francescana e domenicana. Alla prosa di intrattenimento appartenne invece la narrativa romanzesca, che presenta affinità di contenuto con i cantari, componimenti in ottava rima trasmessi oralmente e recitati nelle piazze, ed in cui vennero sviluppati temi cortesi che riscossero grande successo presso il pubblico, come accadde al romanzo I reali di Francia, di Andrea da Barberino. In un contesto culturale in rapido mutamento, quale fu quello trecentesco, si sviluppò un altro tipo di narrativa da intrattenimento: la novella, che trovò in Boccaccio un autore d’eccezione. Egli infatti rinnovò il tipo letterario della novella, trasformandola in genere autonomo; inoltre, adattando la prosa volgare alle pause ed ai ritmi di quella latina, egli impose un nuovo modello linguistico e stilistico, che influì profondamente sulla prosa, e non solo su quella trecentesca.

LIRICA

La lirica trecentesca si fece espressione di una tendenza tardo gotica, che attraversò il secolo, e che fu caratterizzata dalla ripresa di forme della cultura cortese e comunale, rielaborate con un’eleganza preziosa e con una nostalgica contemplazione di una cultura e di una realtà che andavano progressivamente estinguendosi.