A proposito di …

1) I PRIMI TESTI DI IMPORTANZA CULTURALE

I PRIMI TESTI DI IMPORTANZA CULTURALE PER LA STORIA LETTERARIA ITALIANA SI COLLOCANO INTORNO AL XIII SECOLO. Questo periodo si caratterizza per un dato determinante, e cioè per la presenza di una ancor ampia e omogenea unità culturale comprendente l’Europa occidentale, dove prevalse l’uso del latino, inteso sia come lingua ufficiale sia come lingua letteraria. Tuttavia in molte aree, per esempio nei paesi germanici e celtici, ma anche nei paesi romanizzati, esso era staccato dalla lingua parlata, e non era più toccato dal suo sviluppo; il latino era simile a una lingua straniera, che bisognava imparare, e che comunque assolveva a una pluralità di funzioni. Il latino era lingua cancelleresca, era lingua liturgica, erudita, era lo strumento espressivo della storiografia, della poesia cortigiana. Anche quando si volevano registrare le esperienze dell’individuo e della collettività, poiché la lingua materna vera e propria non aveva cultura, e neppure poteva essere scritta, bisognava fare uso del latino, che la mediazione cristiano-agostiniana aveva attestato su un livello stilistico medio, garante di una immediatezza espressiva sconosciuta allo stile elevato dell’antichità romana. Anzi, secondo Auerbach, tra XI e XIII secolo, la lingua latina visse un periodo di grande fioritura. Il numero di insegnanti e di studenti di latino si moltiplicò a dismisura sia nelle città che nelle corti. Nell’ambiente universitario si sviluppò la poesia goliardica in latino, vicina alla struttura della lingua popolare e di contenuto sensuale o satirico, oppure attraversata da temi propri della cultura cristiana. Nelle cancellerie fiorì il manierismo retorico che, nato nella tarda antichità, trovò nuove modalità espressive pur rifacendosi ai moduli canonici del cursus ritmico, della prosa rimata, del vocabolario ricercato, della sintassi difficile e solenne. Nell’ambito dell’elaborazione filosofica, teologica, scientifica, si sviluppò il latino della scolastica, una lingua scritta, tecnica e specialistica, ma non per questo poco raffinata, benché i neologismi in essa contenuti distruggessero l’armonia retorica del periodo classicamente impostato. Tutte queste scritture si fecero espressione della vita e degli orientamenti del pensiero contemporaneo, tuttavia erano frutto di una formazione scolastica specialistica e, in quanto tali, furono patrimonio di pochi, soprattutto appartenenti al clero. Gli stessi signori feudali il più delle volte sapevano appena apporre la propria firma, mentre la maggior parte delle istituzioni culturali e amministrative era in mano al clero, se si eccettua il mondo comunale, dove l’iniziativa politica, amministrativa e culturale fu in mano a giuristi e funzionari laici, che però avevano frequenti scambi con i dotti ecclesiastici. Ciò che distingueva la lingua comunemente usata, dal latino scritto o parlato dalla gente colta, era il lessico ristretto, la mancanza di unitarietà e l’estrema libertà concessa all’espressione. Questa lingua fu definita volgare, perché patrimonio dell’anonima moltitudine, che le conferiva diversa intonazione e diversa coloritura a seconda della classe sociale di appartenenza, del mestiere, del luogo di provenienza. Per esempio in Inghilterra, dove l’opera di cristianizzazione, che nel medioevo fu il principale strumento di diffusione del latino, si verificò tardi (tra VII e VIII secolo), il patrimonio etnico e linguistico del popolo anglosassone non venne intaccato. Latino e anglosassone riuscirono pertanto a coesistere anche dopo la riforma degli studi promossa da Alfredo il Grande di Wessex alla fine del IX secolo. In Inghilterra il latino fu usato come lingua erudita, ecclesiastica e didascalica, l’anglosassone costituì la lingua comunemente parlata, e al tempo stesso fu strumento di espressione letteraria. In area tedesca, la letteratura in lingua volgare esordì durante l’età di Carlo Magno. Egli promosse la redazione di una grammatica nella sua lingua madre, il franco renano, cioè l’antico tedesco. Dispose inoltre traduzione e lettura in tutte le lingue popolari delle leggi da lui emanate, affinché le capissero anche i laici, sebbene riprodurre con i segni latini i suoni di una lingua popolare fosse una operazione assai complicata, che restava affidata al clero, il quale deteneva il monopolio della scrittura. Per esempio il più antico testo in volgare gallo-romanzo, la sequenza di Eulalia, si trova su un foglio libero di un manoscritto del convento di Saint Amand sur l’Elnon, che contiene le opere dei Padri della Chiesa; di seguito alla sequenza, lo stesso monaco amanuense scrisse il Ludwigslied, o canto di Ludwig, che è in tedesco antico. I monaci pertanto, oltre al latino, conoscevano vari tipi di volgare e ne sperimentavano la composizione per iscritto. Nelle aree soggette al dominio romano il latino volgare persistette per secoli, riducendo al silenzio gli idiomi locali, benché in taluni casi venisse a patti con le peculiarità della loro pronuncia o ne assorbisse qualche vocabolo. Le alterazioni rimasero lente e insensibili, finché la salda unità dell’Impero rese rapidi e frequenti i contatti commerciali e culturali tra capitale e province, e si fecero più evidenti quando nel V secolo l’unità latina si ruppe definitivamente. Fu allora che le parlate locali, nate dallo stesso ceppo linguistico latino, poterono evolversi senza grossi ostacoli, dando luogo alle lingue romanze. In area gallo-romanza, una delle prime testimonianze di redazione di testi in lingua volgare è la già citata sequenza di Eulalia, risalente ai tempi di Carlo Magno (IX sec.).

2) LA NASCITA DEI GENERI LETTERARI

Le origini delle chansons de geste sono riconducibili al proliferare di una produzione agiografica in lingua volgare, che proponeva il modello dell’eroe, martire della cristianità. Poiché queste narrazioni venivano recitate pubblicamente dai giullari, che intrattenevano rapporti con gli ambienti ecclesiastici in cui venivano prodotti i testi agiografici, è possibile che il modello delle vite di santi abbia influenzato e ispirato il modello delle gesta dei cavalieri. I caratteri formali delle chansons de geste sono costituiti sia dall’impianto narrativo tipico della trasmissione orale, ricco cioè di richiami al pubblico e di formule, sia dalla struttura dei versi, o lasse, formati all’inizio da decasillabi legati tra loro non da una rima ma dal ripetersi di un’assonanza, e solo in seguito sostituiti da versi alessandrini o dalla prosa. Tra i temi trattati vi è quello dell’opposizione tra monarchi e vassalli, che esprime le esigenze autonomistiche dei grandi signori feudali di fronte alla debolezza del potere centrale tra XI e XII secolo, ma senza porre in discussione la natura etica del vincolo feudale. Il genere romanzesco, diffuso prevalentemente in lingua d’oil, cioè nel volgare francese delle regioni del Nord, è una particolare forma di narrazione in prosa, che tratta non più imprese collettive, ma avventure di singoli individui o di piccoli gruppi di cavalieri. Tali storie, nate nelle corti dalla cultura dei chierici e dalla scuola, sono caratterizzate da grande complessità e accolgono elementi sia storici che meravigliosi. L’eroe del romanzo si realizza impegnandosi nella conquista di un ben prezioso per amore di una donna. Molti romanzi sono ispirati a una materia classica, adattata alla realtà del mondo feudale. A tale gruppo appartengono i cicli riguardanti le vicende di Troia, di Tebe, di Alessandro Magno, oppure la mitologia cristiana e il repertorio sentimentale di Ovidio. A questo genere appartengono il Roman de Thèbe, o romanzo di Tebe, del 1150; il Roman de Troie, o romanzo di Troia, del 1160; il Roman de Alexandre o romanzo d’Alessandro, che ebbe una prima redazione nel 1112 e un rifacimento nel 1175 circa per opera di Alexandre de Berney. Gli altri romanzi si ispirarono alla materia bretone, incentrata sulle vicende di re Artù e dei cavalieri della tavola rotonda, che destavano grande interesse tra la nobiltà anglo-normanna, principale committente di queste opere. Una prima sintesi della materia bretone venne fornita da Geoffrey of Monmouth, al servizio di Enrico I di Inghilterra, il quale fu autore di una Historia regum Britanniae, la storia dei re della Britannia, del 1137. Questa materia venne ripresa dal chierico Wace, che ne diede una traduzione in versi francesi, dal titolo Roman de Brut, romanzo di Bruto, del 1155. Una vera sistemazione poetica di questa materia venne operata da Chrétien de Troyes verso la seconda metà del XII secolo. Egli scrisse una serie di romanzi: Erec, Cligès, Lancelot (Lancillotto), Le chevalier au lion (il cavaliere del leone), Perceval (il racconto del Graal). Alla materia bretone appartiene anche la storia di Tristano e Isotta, in cui si narra la vicenda di Tristano, cavaliere di Marco, re di Cornovaglia, che inviato da questi a prelevare la futura sposa, Isotta, si innamora di lei per azione di un filtro magico e con l’amata va incontro a un tragico destino. Temi comuni a questi romanzi sono il viaggio, inteso come avventura imprevedibile, che connota la vicenda del cavaliere, collocandolo al di fuori del mondo, in una realtà in cui cessa ogni regola nota; vi è poi il codice dell’onore feudale, che viene sempre rispettato; infine il tema dell’amore cortese, visto come forza assoluta, estraneo al vincolo del matrimonio, che trova riconoscimento solo in se stesso, al di là di ogni riconoscimento sociale. In queste opere la classe feudale poteva vedere rispecchiati i propri valori, ma anche le proprie inquietudini e la propria diversità di fronte a una realtà che stava subendo profonde modificazioni sociali. I tre nuovi generi della lirica, dell’epica e del romanzo, composti in volgare francese o in provenzale esercitarono all’estero un grandissimo influsso per due motivi. Sul piano linguistico, essi presentavano quell’impronta unitaria e omogenea che è propria della lingua letteraria; sul piano dei contenuti, essi si facevano portatori di un mondo di valori sentiti come comuni, tanto da imporsi come modelli in base ai quali unificare ogni lingua nazionale e quindi conferirle veste letteraria. IN ITALIA, le prime attestazioni di una diglossia, cioè di una distinzione tra funzioni diverse della stessa lingua (l’una destinata alla comunicazione scritta, l’altra alla comunicazione orale e quotidiana), si hanno già verso il IX secolo. A quest’epoca risale infatti il celebre indovinello, inserito per mano di un copista veronese in un codice liturgico mozarabico della Biblioteca Capitolare di Verona, in cui vengono inseriti elementi volgari su una base latina. Al 963 risalgono invece le formule testimoniali del territorio di Montecassino, inserite nel testo latino del protocollo, mentre di epoca più tarda sono la formula di confessione umbra, proveniente dall’abazia di Sant’Eutizio, presso Norcia, e l’iscrizione su un affresco della chiesa inferiore di San Clemente, a Roma, dove si raffigurano dei pagani che credono di aver catturato San Clemente, mentre invece hanno tra le mani una colonna: costoro si esortano a vicenda a trascinare il peso, scagliando improperi in romanesco, che vengono registrati sull’affresco come in un grande fumetto. Al di là di queste sparute testimonianze, si può affermare che solo a partire dal Duecento in Italia sorsero opere che per forma e/o per contenuto rivelano di essere state destinate alla diffusione attraverso la vendita, oppure alla recitazione entro ambiti più o meno ristretti, o alla lettura individuale. Ciò fu dovuto a un allargamento del pubblico di fruitori delle opere scritte in volgare, direttamente proporzionale all’allargamento dei poteri di gestione politica ed economica che, nei Comuni cittadini indipendenti, venne affidata a gruppi sociali emergenti. Tuttavia in altre aree permasero corti principesche e feudali, che si servirono del volgare per esprimere altri bisogni di tipo culturale. Il volgare italiano non nacque dunque come lingua unitaria e dai caratteri uniformi: si sviluppò invece attraverso molteplici esperienze sostanzialmente autonome. Mancando un centro politico unificante, le realtà linguistiche locali furono confinate nel rango dei dialetti, mentre la ricerca di una lingua unitaria fu indissolubilmente connessa a una vivace dialettica tra centri culturali diversi e all’elaborazione di modelli letterari.

3) LA LINGUA D’OC, LA LINGUA D'OIL

I casi più frequenti di redazione scritta in volgare francese riguardano composizioni poetiche religiose, in particolare agiografiche, cioè i racconti delle vite o dei miracoli compiuti dai santi, di cui c’era molta richiesta per ammaestrare la comunità cristiana alla quale, durante la cerimonia liturgica, ci si rivolgeva in volgare durante la predica. Questi testi agiografici in volgare erano pertanto destinati a una trasmissione orale che avveniva sia durante le prediche che nel corso di spettacoli pubblici, rappresentati nelle piazze antistanti le chiese per opera di giullari. Tra IX e XII secolo IN AREA ROMANZA si andò sviluppando anche una poesia profana, di cui restano frammenti di testi, trascritti ai margini di manoscritti contenenti prediche in latino o brani tratti dalla Bibbia. Anche questi testi poetici non erano destinati alla lettura individuale o collettiva; essi venivano trasmessi oralmente, cioè imparati a memoria e recitati. Solo tra XII e XIII secolo, NEI TERRITORI LINGUISTICI FRANCOPROVENZALI si ebbe una diffusione di manoscritti contenenti composizioni poetiche in lingua volgare. Le principali committenti furono le dame dell’aristocrazia anglo-normanna che, in una struttura statale sempre più policentrica, gareggiavano per confermare il proprio prestigio nello sfoggio di un tenore di vita elevate, di una cultura più raffinata. Tali opere poetiche proponevano infatti a signori e cavalieri una definizione simbolica dei propri valori, della dignità e della forza di espansione della propria classe. Esse sono raggruppabili in tre grandi generi: la lirica amorosa, l’epica carolingia, il romanzo cortese. Questi trovarono espressione in due varianti linguistiche: quella d’oc, del Sud, e quella d’oil, del Nord della Francia. La lirica amorosa provenzale, in lingua d’oc, nacque nell’XI secolo per opera dei trovatori che, a differenza dei giullari (i quali recitavano e componevano a pagamento), erano persone colte, tecnicamente te preparate. La loro abilità era al servizio dell’esclusività; da ciò deriva la difficoltà di questa lirica, e non solo sul piano fonetico e sintattico, ma anche sul piano della ricerca di un significato. Ma il trovatore non era solo poeta: era anche cantore. Le forme musicali dei trovatori derivavano dagli inni religiosi, e sulla struttura degli inni venne costruita anche la struttura del verso e della strofa, che presenta un’estrema varietà tecnica. La forma metrica tipica dei provenzali è la canso, o canzone, articolata per strofe di numero variabile e chiusa da una tornada, cioè da un indirizzo al destinatario. La strofa si presenta costituita da versi della stessa lunghezza o di lunghezze diverse disposti in modo da formare una fronte ed una coda, che racchiudono in embrione la struttura del sonetto. Questa lirica affronta vari temi: la guerra, la morale, la politica, i valori feudali e militari. Tuttavia quello predominante è la lode della donna, che diventa lo scopo stesso della poesia. Per questo motivo i poeti provenzali non si riferiscono mai a un singolo soggetto, bensì all’essere perfetto, al tipo ideale che può determinare il perfezionamento sociale e morale dell’uomo. E la donna, resa per la prima volta partecipe del gioco del sesso trasformato in nobile rituale, viene sottratta alla legge dell’appagamento. Tale rituale si basa infatti sul corteggiamento, non sulla conquista ed il suo fine è la spiritualizzazione. In ciò la lirica provenzale mostra affinità con la distinzione qualitativa tra amore sensuale e amore spirituale operata da Platone e dalla gnosi. Tuttavia i poeti provenzali riconducono la spiritualità a una dimensione terrena; l’amore che essi celebrano è nobile poiché innalza l’uomo, liberando la nobiltà di censo dai residui di una rozza mascolinità; essi parlano infatti di fins amors, che si oppongono a un amore vilan, cioè volgare, rozzo, incolto. L’innalzamento della figura femminile si collega probabilmente ai procedimenti di diritto feudale, che in alcune zone avevano introdotto la pratica della trasmissione dei diritti ereditari alle donne, ma serve anche a configurare questa poesia come metafora del rapporto che univa il vassallo al suo signore. Gli esponenti più rappresentativi di questa “lirica del desiderio inappagato” furono Guglielmo IX, duca di Aquitania, Jaufre Rudel, signore feudale, Bernart de Ventadorn, vissuti nel XII secolo; mentre agli inizi del secolo successivo si colloca la produzione di Arnaut Daniel, Bertran de Born, Guiraut de Bornelh. Il genere epico si diffuse tramite le chansons de geste. Questo termine designa un’epica narrativa che cantando le azioni di eroi esprime lo spirito collettivo di grandi masse di uomini. Le prime redazioni nacquero all’epoca della grande espansione normanna dell’XI secolo. Vi sono cicli di canzoni dedicati alle gesta di Guglielmo d’Orange e cicli incentrati sulle gesta degli antichi guerrieri franchi e dei paladini di Carlo Magno, che vengono rappresentati come campioni di eroismo, poiché sgominano i saraceni infedeli. Il più famoso tra questi è il ciclo di Rolando o Chanson de Roland ispirato alla spedizione di Carlo Magno contro i Musulmani di Spagna nel 778. Vi si narra lo sterminio della retroguardia dell’esercito di Carlo Magno per opera dei Saraceni.